Note al Capitolo Quattro.


(1). L'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio di Hegel fu
pubblicata  - come  noto - nel 1817; la prima edizione  di  Il  mondo
come  volont  e  rappresentazione  usc  nel  1818.  La  stessa  vita
accademica  di Schopenhauer  strettamente legata a Hegel:  dalla  sua
lezione  di  prova per la docenza a Berlino (1820) con  Hegel  nella
commissione  giudicatrice, all'abbandono della citt e dell'Universit
nel 1831 per l'epidemia di colera durante la quale Hegel mor. E' nota
poi  l'ostinazione con cui Arthur Schopenhauer fissava le sue  lezioni
nello  stesso orario di quelle di Hegel, con il risultato  di  vederle
regolarmente  deserte.  Solo alla fine ebbe un  qualche  successo  sia
editoriale  sia  morale,  per  il riconoscimento  del  proprio  lavoro
filosofico.

(2). Vedi volume secondo, capitolo Tredici, 1, pagine 349-351.

(3). Confronta G. Riconda, Presentazione ad A. Schopenhauer, Morale  e
religione,  Mursia,  Milano, 1981, pagina 5.  Per  i  filosofi  dello
smascheramento vedi capitolo Sette, nota 3 e capitolo Nove, 3, pagine
242-243.

(4). Cesare Vasoli, nell'introduzione a La libert del volere umano di
Schopenhauer, scrive: Schopenhauer  [...] abbastanza fiducioso nella
funzione  rettificatrice della conoscenza esatta, nei poteri  e  nelle
capacit  di  una ragione consapevole della realt in cui essa  opera
(A.  Schopenhauer, La libert del volere umano, Laterza,  Bari,  1983,
pagina 27).

(5).  Lo  stesso Vasoli, nell'introduzione a Il mondo come  volont  e
rappresentazione,  ricorda  che  la fortuna  del  pensiero  di  Arthur
Schopenhauer    un'implicita conferma [...] della  sua  capacit  di
fissare  in  un  "sistema"  dottrinale ben costruito  e  indubbiamente
suggestivo  un  complesso  di temi (A. Schopenhauer,  Il  mondo  come
volont e rappresentazione, Laterza, Bari, 1979, pagina ottavo).

(6).La  pseudofilosofia di J. G. Fichte. Il quale  merita  quindi  di
venir  notato sotto questo rispetto, per quanto poco genuino pregio  e
intimo  contenuto  abbia avuto la sua dottrina in se  stessa;  essendo
stata  in  verit  nient'altro  che un vaniloquio,  il  quale  esposto
tuttavia  con  aria di profondissima gravit, tono  sostenuto  e  vivo
calore,  e  difeso con abile polemica contro deboli avversari,  poteva
brillare  e  aver l'apparenza di essere qualche cosa. [...]  In  virt
dunque  del  principio di ragione, come d'una tale veritas aeterna,  
l'Io per Fichte la causa del mondo, ossia del Non-Io, dell'oggetto: il
quale  appunto    sua conseguenza, sua produzione. Perci  si    ben
guardato  dall'esaminare pi oltre il principio di  ragione.  Ma  s'io
dovessi indicare la forma di quel principio, seguendo la quale  Fichte
fa  venir  fuori  il  Non-Io dall'Io, come il ragno  dalla  sua  tela,
troverei  che   il principio della ragione dell'essere nello  spazio:
perch  solo  riferendosi  a  questo acquistano  un  qualche  senso  e
significato quelle tormentose deduzioni del modo come l'Io produce dal
suo  seno  e fabbrica il Non-Io - deduzioni le quali costituiscono  il
contenuto  del pi insensato e, anche solo per questo, del pi  noioso
libro  che  mai sia stato scritto. La filosofia fichtiana,  pel  resto
neppure  degna di ricordo, c'interessa soltanto come il vero e proprio
contrapposto, comparso tardi, dell'antichissimo materialismo; il quale
era  il pi conseguente sistema che partisse dall'oggetto, come quella
il  pi  conseguente  fra i sistemi che partono  dal  soggetto  (ivi,
pagine 66-68).

(7). Vedi volume secondo, capitolo Tredici, 2, pagina 360.

(8). A. Schopenhauer, Il mondo come volont e rappresentazione, primo,
2, citato, pagina 32.

(9). Vedi volume primo, capitolo Dodici, 1, pagina 265.

(10).  A.  Schopenhauer,  Il  mondo come volont  e  rappresentazione,
primo,  3,  citato, pagina 35. Poco pi avanti Schopenhauer  torna  su
questo  tema,  ricorrendo  anche  a  una  serie  di  citazioni  e   fa
riferimento,  oltre che alla sapienza indiana, alla filosofia  e  alla
poesia greca, a Shakespeare, a Caldern de la Barca: Qui in verit ci
salta  agli  occhi la stretta parentela tra vita e  sogno:  e  non  ci
vergogneremo   di  confessarla,  dopo  che    stata  riconosciuta   e
dichiarata  da  molti grandi spiriti. I Veda e i Purana  per  l'intera
conoscenza  del mondo reale, che essi chiamano il velo  di  maya,  non
conoscono miglior paragone n altro usano pi di frequente, che quello
del sogno. Platone dice spesso che gli uomini non vivono che in sogno,
e il filosofo s'affatica a svegliarsi. Pindaro dice (Olimpica secondo,
h,  135):  "L'uomo   il sogno di un'ombra"; e Sofocle  (Aiace,  125):
"Vedo  bene  che  noi, quanti viviamo, non siamo che  fantasmi,  ombre
vane".  Accanto  ai quali sta pi degnamente di tutti Shakespeare  (La
Tempesta, a. 4, s. 1): "Noi siamo tale stoffa, come quella di cui  son
fatti  i  sogni,  e  la  nostra breve vita    chiusa  in  un  sonno".
Finalmente  era Caldern cos profondamente preso da questo  pensiero,
che cerc di esprimerlo in un dramma in certo modo metafisico, La vita
  sogno. Dopo tutti questi passi di poeti sia ora anche a me concesso
di  esprimermi con un paragone. La vita e i sogni sono pagine  di  uno
stesso  libro. La lettura continuata si chiama vita reale.  Ma  quando
l'ora  abituale della lettura (il giorno) viene a finire e  giunge  il
tempo  del  riposo,  allora noi spesso seguitiamo ancora  fiaccamente,
senza  ordine  e  connessione, a sfogliare or qua or  l  una  pagina:
spesso  una pagina gi letta, spesso un'altra ancora sconosciuta,  ma
sempre dello stesso libro (ivi, primo, 5, pagine 47-48).

(11).  Per  quanto  riguarda Descartes vedi volume  secondo,  capitolo
Cinque,  2,  pagina  127. Il saggio di Kant, Sogni  di  un  visionario
chiariti con i sogni della metafisica, del 1766,  principalmente  una
polemica contro la metafisica che, non tenendo conto dei limiti  della
ragione, la spinge a sognare: i sogni della ragione che nascono  nella
testa  dei metafisici sono come le visioni degli spiriti che  appaiono
ai visionari; gli uni e le altre sono pertanto da rigettare.

(12).  Schopenhauer racconta una sua esperienza personale che dimostra
non  solo  la  continuit fra veglia e sogno, ma fra il sogno  di  una
persona  e le azioni da sveglia di un'altra: Un mattino scrivevo  con
grande  zelo  una lettera d'affari in inglese, lunga e  per  me  assai
importante:  quando ebbi terminato la terza pagina,  afferrai,  invece
del  polverino,  l'inchiostro,  e lo  cosparsi  sulla  lettera:  dallo
scrittoio  l'inchiostro  col perfino sul pavimento.  Chiamai  con  il
campanello  la domestica, che prese un secchio d'acqua  e  si  mise  a
sfregare  il  pavimento,  affinch non  si  impregnasse  d'inchiostro.
Durante  questa operazione mi disse: "Stanotte ho sognato che toglievo
una  macchia d'inchiostro da questo pavimento"[...] (A. Schopenhauer,
Saggio  sulla  visione degli spiriti, traduzione di F.  Ricci,  Newton
Compton,  Roma, 1993, pagina 42). Per quanto riguarda  la  visione  di
spiriti,  cio  dell'immagine di persone morte,  Schopenhauer  scrive:
Infine  si  potrebbe,  per  chiarire le  apparizioni  degli  spiriti,
richiamarsi  anche  al fatto che la differenza tra  coloro  che  hanno
vissuto  e  coloro  che vivono adesso non  poi  assoluta,  perch  in
entrambi  si manifesta la medesima "volont di vivere";  per  cui  un
vivente,  retrospettivamente, potrebbe portare alla luce  reminiscenze
che  si presentano come comunicazioni di un defunto (ivi, pagina 87).
Sulla Volont di vivere vedi il paragrafo seguente.

(13).  Su  Schelling  vedi  volume secondo, capitolo  Quattordici,  3,
pagine  421-422;  per quando riguarda Freud vedi il capitolo  Nove  di
questo volume.

(14).  Schopenhauer  sostiene esplicitamente che la  conoscenza  della
Volont come causa e dello stesso mondo esterno  il frutto non di una
semplice intuizione empirica - come diceva Kant - ma di una intuizione
intellettuale, cio di un processo dell'intelletto che crea  il  mondo
oggettivo  (confronta La quadruplice ragione del principio  di  ragion
sufficiente,  21).  Inoltre  Schopenhauer  scrive:  Attraverso  tutte
queste  considerazioni, chi pu aver raggiunto anche  in  abstracto  -
quindi  con  chiarezza  e  certezza - la conoscenza  che  ciascuno  ha
direttamente in concreto, ossia come sentimento: che cio l'essenza in
s  del nostro proprio fenomeno (il quale come rappresentazione ci  si
offre  sia nelle nostre azioni, sia nel permanente loro substrato:  il
nostro corpo)  la nostra volont; e che questa costituisce l'elemento
immediato  della  nostra coscienza, ma come tale non   tutta  passata
nella  forma della rappresentazione, in cui si contrappongono soggetto
ed  oggetto; bens si manifesta in una maniera immediata, nella  quale
soggetto  ed  oggetto non sono distinti nettamente; e tuttavia  non  
conoscibile nel suo complesso dall'individuo, ma solo nei suoi singoli
atti:  chi, io dico,  arrivato con me a codesta persuasione,  trover
che  questa   per lui come la chiave di volta per conoscere  l'intima
essenza  della natura intera; applicandola anche a quei  fenomeni  che
non  gli  son dati, come i suoi propri, in conoscenza immediata  oltre
che  mediata,  ma  solo in quest'ultima, quindi solo  unilateralmente,
come semplice rappresentazione. Non soltanto in quei fenomeni che sono
affatto  simili al suo proprio - negli uomini e negli animali  -  egli
dovr riconoscere come pi intima essenza quella medesima volont;  ma
la  riflessione prolungata lo condurr a conoscere anche la forza  che
ferve e vegeta nella pianta, e quella per cui si forma il cristallo, e
quella  che volge la bussola al polo, e quella che scocca nel contatto
di  due  metalli  eterogenei, e quella che si  rivela  nelle  affinit
elettive  della materia, come ripulsione e attrazione,  separazione  e
combinazione; e da ultimo perfino la gravit, che in ogni  materia  s
potentemente agisce e attrae la pietra alla Terra, come la Terra verso
il   Sole   -  tutte  queste  forze  in  apparenza  diverse  conoscer
nell'intima essenza come un'unica forza, come quella forza a  lui  pi
profondamente  e  meglio  nota d'ogni altra cosa,  che  l,  dove  pi
chiaramente  si  produce, prende nome di volont.  Solo  quest'impiego
della  riflessione  non  ci fa pi arrestare  al  fenomeno,  bens  ci
conduce  fino alla cosa in s. Fenomeno  rappresentazione e non  pi:
ogni   rappresentazione,  di  qualsivoglia  specie,  ogni  oggetto   
fenomeno,  estrinsecazione  visibile,  obiettivit  di  lei.  Ella   
l'intimo essere, il nocciolo di ogni singolo, ed egualmente del Tutto:
ella  si  manifesta  in  ogni  cieca forza  naturale;  ella  anche  si
manifesta  nella  mediata condotta dell'uomo. La gran differenza,  che
separa  la  forza cieca dalla meditata condotta, tocca il grado  della
manifestazione,  non  l'essenza della volont che  si  manifesta  (A.
Schopenhauer,  Il  mondo come volont e rappresentazione,  primo,  21,
citato, pagine 165-166).

(15). Ivi, quarto, 58, citato, pagine 421-422.

(16).  Ogni immoderato giubilo (exultatio, insolens laetitia)  poggia
sempre  sull'illusione d'aver trovato alcunch nella vita, che non  vi
si  pu  punto  trovare, ossia durevole riposo dai torturanti,  ognora
rinascenti desideri o affanni. Da ogni singola illusione di tal  fatta
bisogna pi tardi inevitabilmente far ritorno, e poi, quando scompare,
pagarla con dolori altrettanto amari, per quanta gioia aveva recato il
suo apparire (ivi, quarto, 57, citato, pagina 419).

(17). Ivi, citato, pagina 411.

(18). Ivi, citato, pagina 428.

(19).  A.  Schopenhauer,  Il  mondo come volont  e  rappresentazione,
secondo, 46, in G. A. F., citato, pagina 649.

(20). A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, secondo, paragrafo 150,
in G. A. F., citato, pagina 651.

(21).  A.  Schopenhauer,  Il  mondo come volont  e  rappresentazione,
secondo, 46, in G. A. F., citato, pagine 651-652.

(22).  A. Schopenhauer, Lettera a F. Frauenstdt, del 15 luglio  1855,
in G. A. F., citato, pagina 660.

(23).  Vedi  volume secondo, capitolo Due, 4, pagina 43. L'espressione
biblica si trova nel Libro di Qoelet (Ecclesiaste), primo, 9.

(24).  A.  Schopenhauer,  Il  mondo come volont  e  rappresentazione,
secondo, 38, in G. A. F. citato, pagine 661-662.

(25).  F.  De Sanctis, Schopenhauer e Leopardi (Dialogo tra  A  e  D),
Oberon, Roma, 1995, pagina 38.

(26).  A.  Schopenhauer,  Neue  Paralipomena,  paragrafo  340,  in  A.
Schopenhauer, Morale e religione, citato, pagina 216.

(27). Confronta ivi, paragrafi 339 e 341, pagine 216-217.

(28).  ...dimenticare  se stesso per assorbirsi  completamente  negli
oggetti intuti; di modo che questi soli sono presenti alla coscienza
(A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, secondo, paragrafo 205).

(29). Confronta G. Riconda, Presentazione ad A. Schopenhauer, Morale e
religione, citato, pagine 20-21.

(30).  A.  Schopenhauer,  Il  mondo come volont  e  rappresentazione,
quarto, 68, citato, pagina 497.
